Come tradurre “Lavoro Emozionale” oltre I confini
Intervista con Gemma Hartley, autrice americana di “Fed Up”

di Mary Wieder Bottaro, Presidente Verona Professional Women Networking

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Qualcuno mi disse una volta “non scegliamo i libri che leggiamo, i libri scelgono noi”.

Quindi cercando di mantenere i miei buoni propositi per il nuovo anno che include l’obiettivo di leggere di più, durante una fredda e grigia giornata di gennaio, vagavo nella libreria di Barnes & Nobles a New York per vedere quale sarebbe stato il libro destinato per me.

“Fed Up” mi ha colpito immediatamente fra la lista infinita di titoli che si trovavano nella sezione recenti e bestseller. Forse è stato il titolo “Fed Up” con le sue lettere enormi e in grassetto scritto in fucsia sulla copertina. Oppure, molto più probabilmente, è stato il tema del lavoro emozionale e delle donne che ha catturato la mia attenzione mentre pensavo a tutti i cambiamenti abbastanza recenti nella mia vita: una promozione al lavoro, la gestione di una non-profit, un bambino piccolo. E mentre sembrano traguardi da festeggiare mi sono accorta che mi sentivo spesso persa e irrequieta.

Gemma Hartley ha attirato l’attenzione a livello internazionale nel 2017 con il suo articolo pubblicato in Harper’s Bazaar: “Women Aren’t Nags – We’re Just Fed Up” dove approfondiva il concetto dell’impatto del lavoro emozionale sulle donne. Che cos’è esattamente il “lavoro emozionale”? In realtà forse il termine non è ben conosciuto però certamente noi come donne l’abbiamo vissuto in qualche modo: il “lavoro” non pagato di cui ci facciamo carico tutti i giorni nel mantenere la casa, la famiglia e nell’essere semplicemente il supporto emotivo dal quale la società dipende per far funzionare il suo motore.

Quando torniamo a casa a fine giornata sembra che il lavoro sia veramente finito? Possiamo semplicemente aprirci una birra e riposarci sul divano? Probabilmente no. Il nostro cervello non si spegne mai in quanto pensiamo sempre a cosa altro c’è da fare: la lavatrice, le pulizie, la cura dei bambini, fissare appuntamenti, trovare una soluzione alla riunione che non è andata bene al lavoro oggi.

Il problema consiste nel fatto che le società e la cultura tradizionale ci insegnano fin dalla nascita che siamo destinati per certi ruoli in base al nostro genere. Il lavoro emozionale cade sulle spalle delle donne: siamo i guardiani e custodi di un meccanismo efficiente che ci permette quotidianamente di far funzionare le nostre vite. Però tutto ciò ad un costo. Noi donne non siamo soltanto esaurite fisicamente e psicologicamente, mentre andiamo avanti con la carriera e lottiamo per delle pari opportunità, ma la nostra fatica comincia anche a farsi vedere nelle relazioni con gli altri e nel nostro benessere.

Le donne in tutto il mondo condividono questa frustrazione. Ho avuto l’opportunità di parlare di questo nella mia intervista con Gemma Hartley in cui le chiedo la sua definizione di lavoro emozionale e quale potrebbe essere l’impatto sulle donne italiane. Il nostro network, Verona Professional Women Networking, cerca di creare un dialogo aperto sulla diversità e sull’uguaglianza di genere e speriamo di poter costruire un network di donne che possono e vogliono comunicare tra di loro in merito a questi argomenti.


Durante OPEN DAY 2019 Verona PWN ha regalato “Fed Up” ad una donna professionista fortunata.

Intervista con Gemma Hartley

Il tuo libro affronta approfonditamente il concetto del lavoro emozionale affidandosi alla definizione coniata della ricerca accademica. Gemma Harley, tu come scrittrice professionista, moglie e madre che lavora, come definisci il “lavoro emozionale” con parole tue?

Definisco il lavoro emozionale come tutto quel lavoro non pagato, spesso non riconosciuto che consiste nel rendere le persone attorno a noi felici e a proprio agio. Questa definizione coinvolge molti altri termini associati a questo tipo di lavoro: carico mentale, lavoro fatto di preoccupazioni, lavoro invisibile, e anche come uno sforzo emotivo come viene descritto dai sociologi quando definiscono lo stesso. Molte donne trovano il concetto di lavoro emozionale utile per comprendere tutti quegli impegni e obblighi mentali ed emotivi che vengono sottovalutati.

Pensi che in realtà le donne capiscano cosa sia il lavoro emozionale ed il peso che ha nelle loro vite? Quando è che ne abbiamo preso consapevolezza?

Questa definizione allargata di lavoro emozionale è relativamente nuova, quindi le donne stanno solo adesso iniziando a capire come questo concetto influisca nelle loro vite. Quando ho scritto la prima volta il mio articolo su Harper’s Bazaar su questo argomento ha ottenuto una grande risposta in particolare perché non avevamo ancora un linguaggio per poter parlare di questa frustrazione prima di allora. Ora che abbiamo trovato questa definizione di lavoro emozionale a cui poter fare riferimento nelle nostre vite, possiamo cominciare a guardare avanti.

Il tuo libro parla molto del peso che ha il lavoro emozionale nell’ambito famigliare: prendersi cura della famiglia e della casa. Ma questa idea di “famiglia tradizionale” non è più così comune, infatti di recente il numero di donne single (non sposate) sta sorpassando le donne sposate negli Stati Uniti e in molte altri paesi. Pensi che l’essersi stufate del lavoro emozionale abbia avuto un peso in tutto questo?

Io parlo molto di lavoro emozionale nella famiglia “tradizionale” perché questa è la mia esperienza personale, ma il lavoro emozionale influisce sulle donne in molti modi diversi indipendentemente dal fatto che si sposino con figli o no. Ci si aspetta ancora che il nostro ruolo sia quello di anticipare le esigenze degli altri e di mettere quelle esigenze davanti alle nostre, e ci si aspetta un lavoro emozionale in qualsiasi caso non importa il contesto.

Ma allora quando il lavoro emozionale ci raggiunge nelle nostre vite professionali?

Ci si aspetta un lavoro emozionale sul luogo di lavoro, tanto quanto ce lo si aspetti da noi in qualsiasi altro luogo. Le donne devono trovare l’equilibrio tra il realizzarsi nel lavoro e il fatto di essere ben volute per poter avere successo, ma spesso il lavoro emozionale che pesa sul fatto di essere apprezzate ostacola la loro produttività ed abilità di raggiungere lo stesso livello delle controparti maschili.

In Italia la media nazionale dell’impiego femminile nel mondo del lavoro è ancora sotto il 50%. Come pensi che questo concetto di lavoro emozionale oltrepassi i confini nazionali? E cosa pensi della risposta “ beh fa parte della nostra cultura” ?

Credo assolutamente che il concetto di lavoro emozionale entri nella maggior parte dei paesi occidentali, e quando le persone dicono “è semplicemente la nostra cultura”, essi hanno assolutamente ragione – ed è questo proprio il problema.

Lo squilibrio del lavoro emozionale è un problema culturale che ha origine dal tipo di integrazione che riceviamo a partire da piccoli. Infatti è cosi insito in molte culture, che consideriamo le donne per natura superiori quando si tratta del lavoro emozionale, quando semplicemente siamo stati educati ad accettarlo come dato di fatto.

Nel tuo libro parli di come gestire il lavoro emozionale con “parlandone”, ma credi che abbia bisogno di un movimento più grande? La risposta comprende solamente un cambio di mentalità e culturale o qualcosa di più?

Per esempio, molti paesi dell’Europa, compresa l’Italia, adesso hanno le quote rosa per quanto riguarda i Direttivi. E’ questa la risposta? Un intervento politico imposto e obbligatorio?

Il mio libro si focalizza in maniera importante sul cambio di mentalità generale, perché’ credo che sia la base per il cambiamento, ma credo che Fed Up compia i primi passi verso l’inizio della discussione e il confronto – senza prescriverne una cura.

Cambiare la mentalità culturale deve anche coinvolgere l’azione, specialmente azione politica, per farsi che possiamo raggiungere una vera uguaglianza. Penso che le quote rosa siano un grande punto di partenza, tanto quanto espandere le politiche di congedi parentali ed incentivi. Penso sia importante tenere a mente che non ci sono “rimedi immediati”, abbiamo una lunga strada davanti a noi ma ci stiamo arrivando passo dopo passo.

Come far sì che donne supportino altre donne? Credi nel potere del networking e mentoring?

Credo ci sia veramente tanta forza nel fatto di connettersi e collaborare tra donne. Infatti penso che alla fine sarà il modo in cui risolvere il problema della disparità che ci troviamo ad affrontare, sia in termini di lavoro emozionale che a livello più ampio di ineguaglianze sociali e culturali.

Mettendo i nostri sforzi verso obiettivi comuni e sostenendoci a vicenda possiamo creare un vero e sostanziale cambio a tutti i livelli.

Oltre al fatto di avere in Europa il tasso di natalità più basso, il 2017 ha avuto anche il record per il minor numero di nascite. Molte donne sentono la necessità di lasciare il lavoro o scegliere il part-time per poter crescere i bambini in quanto non si sentono abbastanza supportate (per esempio molti asili nido chiudono alle 16). Molte poi fanno fatica a rientrare nella forza lavoro. Che consiglio dai alle donne che vogliono trovare il giusto equilibrio?

Il miglior consiglio che possa dare è quello di essere sicure di avere un partner il quale sia disposto veramente a condividere il peso, non solo fisico, ma anche per quel che riguarda il lavoro emozionale. Non dovresti chiedere aiuto. Dovresti avere un partner su cui ti puoi fidare nel prendersi uguali responsabilità e avere spirito di iniziativa.

Questo comunque non risolve il problema strutturale degli asili nido o sistemi di supporto fuori della casa, per i quali dobbiamo continuare a votare e combattere per far sì che si possa creare vero equilibrio e non metta ulteriore stress su di noi all’interno delle nostre famiglie.

In Italia è legale durante un colloquio di lavoro chiedere lo status di famiglia (numero di figli o piani futuri per averne) e molte donne hanno paura a rispondere onestamente per non mettere a rischio le possibilità di ottenere un posto di lavoro. Cosa consiglieresti per rispondere in maniera positiva sottolineando i vantaggi nell’affrontare il lavoro emozionale?

Prima di tutto, mi infastidisce molto che in Italia sia ancora legale, poiché’ è chiaramente un modo di discriminare le donne che vorrebbero un giorno avere dei figli. In qualsiasi caso però, le esperienze del lavoro emozionale delle donne le rendono incredibilmente efficienti quando si stratta di avere una visione globale e vedere come meglio essere di beneficio ad una azienda. Le donne sanno come portare a conclusione il lavoro e spesso lo fanno con una visione più chiara perché sono abituate al lavoro emozionale. Tuttavia il lavoro è pieno di complicate strutture di potere, e mentalità radicate che sono dure da spostare. Non so se c’è un modo ideale per affrontare l’argomento del lavoro emozionale sul luogo di lavoro senza un potenziale rischio di ricadute. C’è tanta strada da fare ancora come società, ma ho speranza quando guardo al futuro.

Il libro “Fed Up” di Gemma Hartley è disponibile qui su Amazon.

@Foto – Elisa Viluppi